Azienda Autonoma di Soggiorno Cura e Turismo di Napoli
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ITINERARIO B
Borgo Marinaro, via Nazario Sauro, via Acton, piazza Municipio, via Medina, via Monteoliveto, via S. Maria La Nova, piazza del Gesù Nuovo, via Benedetto Croce, via S. Biagio dei Librai, via dei Tribunali, Montesanto, S. Martino.
Castel dell'Ovo
Castel Nuovo
Chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli
Chiesa dell'Incoronata
Chiesa di S. Maria la Nova
Palazzo Gravina
Chiesa di S. Anna dei Lombardi
Piazza del Gesù Nuovo
Monastero e Chiesa di S. Chiara
Palazzo Penna

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Questo secondo itinerario parte dal Borgo Marinaro davanti via Partenope. Si tratta di uno dei punti strategici della città, sotto il profilo storico e spettacolare. La passeggiata sul lungomare, infatti, che si fa per raggiungere il Borgo Marinaro, costituisce una delle emozioni più intense per il visitatore.
Protesa sul mare, la mole del Castel dell'Ovo si staglia in uno scenario incantevole tra il Vesuvio e la collina di Posillipo, con il porticciolo di Mergellina ai piedi a far da sfondo, il verde della Villa Comunale che si distende lungo la famosa via Caracciolo, la via Partenope con i lussuosi Hotel che si affacciano sul Golfo, e, di fronte, la magica isola di Capri e la Punta Campanella, estrema propaggine della Penisola Sorrentina.
Tutto l'incanto racchiuso nella leggenda antica s'impadronisce dell'animo di chi osserva questo posto magico, Castel dell'Ovo, nelle cui fondamenta come si narrava nel Medioevo Virgilio aveva posto un uovo per assicurare il favore degli Dei alla costruzione ed alla città. Napoli, dunque, sarebbe stata prospera e libera finché l'uovo si fosse mantenuto intatto.
L'uovo, in realtà, doveva essere una specie di palladio (statuetta della dea Atena racchiusa in un'ampolla di vetro) a cui erano affidate le sorti della città, e quando nel 1140 i Normanni conquistarono Napoli, si disse che l'ampolla presentava delle lesioni.
Il Castel dell'Ovo si erge maestoso sull'isoletta di Megaride (estrema propaggine del Monte Echia), dove una leggenda vuole si sia arenato il corpo senza vita della musa Partenope.
Qui è situato anche il piccolo Porto di S. Lucia, affollato di caratteristiche imbarcazioni e di ristoranti tipici, luogo magico immortalato dalle canzoni napoletane che l'hanno reso famoso in tutto il mondo e spazio sacro nella memoria degli emigranti.
Teatro, nelle varie epoche, di vicende storiche e religiose, il Castello rappresenta uno dei maggiori monumenti della città. In epoca antica sorgeva in questo luogo il Castrum Lucullianum, che il patrizio romano Lucio Licinio Lucullo, valoroso condottiero, aveva fatto costruire su un territorio molto vasto. Della splendida villa che si trovava sull'isoletta, dove si svolgevano le leggendarie cene offerte da Lucullo, oggi non rimane che qualche colonna inglobata nelle volte di sostegno della costruzione successiva. Il Castrum fu, infatti, saccheggiato più volte da Vandali e Ostrogoti. Verso la fine del V sec. d.C. vi sorse un convento di monaci basiliani; poi i Normanni ampliarono la costruzione, fortificando una rocca preesistente. Anche Federico II di Svevia vi aggiunse delle torri, dove subirono la prigionia molti personaggi storici, fra cui Corradino di Svevia e i figli di Manfredi.
Carlo I d'Angiò fece eseguire i lavori che ne fecero la residenza reale. Re Roberto d'Angiò fortificò il complesso erigendo torri quadrate con ampie bifore (ritenute opera del Fuccio), mentre la parte prospiciente il mare fu affidata ad Attanasio Primario.
Nel 1370 si realizzarono i lavori che mutarono la linea architettonica del forte.
Alfonso d'Aragona amò tanto questo castello che desiderò morirvi. Nel 1665, durante il viceregno, fu ancora fortificato dal duca d'Alba, che lo adibì a prigione e in seguito vi fu incarcerato Tommaso Campanella.
Il Castello è stato al centro di episodi storici molto significativi per la città, come i moti di Masaniello e la Repubblica Partenopea del 1799.
Di recente si è tentato di valorizzare la struttura restaurata, utilizzando alcuni locali per mostre e convegni, mentre in alcune sale, sedi del Club Alpino Italiano, è allestito permanentemente un interessante Museo Etnopreistorico, che espone circa 4000 reperti di epoche primitive e una sezione etnografica varia e documentata con fotografie, strumenti e oggetti vari.
La visita a Castel dell'Ovo risulta molto suggestiva. La struttura architettonica offre elementi artistici di notevole interesse sia negli ambienti chiusi quali una grande sala, forse il refettorio dei monaci, diviso in navate da antiche torri, in cui sono visibili le colonne dell'antica villa di Lucullo che nei loggiati coperti; senza contare, infine, la vista a picco sul mare, che spazia sull'intero golfo fino al Capo Posillipo.
Sono apprezzabili, inoltre, anche i vari reperti antichi, visibili attraverso le vetrate, e i sotterranei che costituiscono ambienti di particolare interesse architettonico della "Napoli Sotterranea".
Ritornati su via Partenope, proseguiamo, per via Nazario Sauro, dove ammiriamo la bella Fontana barocca dell’Immacolatella, così detta perché sistemata in precedenza presso la Stazione Marittima dell’Immacolatella e di cui sono autori Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino. Scendiamo, poi, in via Acton, lasciando a sinistra l’ingresso della Galleria della Vittoria, scavata nel 1927 sotto la collina di Pizzofalcone. Fiancheggiamo, sul lato destro, i Giardini Pubblici del Molosiglio, che vantano una bella collezione di palme pregiate, e il porticciolo del Circolo Nautico, e, sul lato sinistro, un'ala del Palazzo Reale; seguono, un bastione del Castel Nuovo e l'Istituto Navale Universitario. Quindi ci immettiamo nella vasta e suggestiva piazza Municipio, dominata dalla severa e imponente bellezza del Castel Nuovo o Maschio Angioino. Lasciamo alla nostra destra, in fondo alla piazza, il Porto con la Stazione Marittima, costruita nel 1936, e il Molo Angioino, fondato nel 1302 da Carlo II d'Angiò con il bel panorama del Vesuvio e del Monte Somma sullo sfondo. Salendo, possiamo vedere sul lato destro il Teatro Mercadante e più in alto, al centro, il monumento equestre al re Vittorio Emanuele II. A monte, oltre i giardini, ci sono il Palazzo del Municipio o Palazzo S. Giacomo con la Chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli. In alto, in posizione dominante, sono la Certosa di S. Martino e Castel S. Elmo (che tratteremo in questo stesso percorso) sulla collina di S. Martino.
Il Castel Nuovo fu fatto erigere dal re Carlo I d'Angiò in uno spazio che si trovava allora fuori le mura e che era occupato da un convento francescano, ricostruito altrove e dedicato a S. Maria la Nova. Il Castello fu denominato "nuovo" per distinguerlo da Castel dell'Ovo e da Castel Capuano, ed è chiamato anche Maschio Angioino dal nome del suo fondatore. E’ certo che fu opera di architetti francesi, aiutati da maestranze locali. Infatti, da alcuni registri angioini, risultano i nomi di Pierre Chaule e Pierre d'Angicourt quali direttori per la costruzione, che, iniziata intorno al 1277, fu ultimata in tutta fretta, per volere del re, in circa cinque anni. Diversi avvenimenti storici sono legati a Castel Nuovo: basta ricordare il "gran rifiuto" di Celestino V al papato e l'elezione a Pontefice di Bonifacio VIII. Il Petrarca vi fu ospitato da Roberto D'Angiò nel 1341 e anche Boccaccio frequentò assiduamente il Castello, dove Re Roberto teneva la sua fastosa corte. Giotto vi soggiornò dal 1328 al 1333 dovendo eseguire degli affreschi in alcune cappelle e nell'oratorio privato del Re, oggi purtroppo perduti, perché distrutti da incendi e terremoti. Castel Nuovo, fulcro politico e culturale della città, visse i momenti difficili degli Angioini fino ai disordini gravissimi sotto il regno di Giovanna II, dopo di che subì un periodo di decadenza. Fu il re Alfonso d'Aragona a dare un nuovo assetto al Castello a partire dal 1442. Per accedere al Castello si attraversavano una porta (barbacane) e un ponte levatoio, necessario a superare il lungo fossato che lo circondava.
Della costruzione angioina rimane la bella Cappella Palatina o di Santa Barbara (Carlo II d'Angiò) a pianta quadrata, realizzata con la direzione di Giovanni Caracciolo da Isernia e di Gualtiero Seripando, caratterizzata da una volta a crociera e da alte finestre, nello stesso stile di S. Chiara. Con la ricostruzione iniziata da Alfonso d'Aragona nel 1442 e protrattasi fino al 1459, Castel Nuovo assumeva l'aspetto di una vera fortezza e, al tempo stesso, di un'elegante reggia. Oltre al Sagrera, vi lavorarono Pèrejohan, Prats, Vila Sclar, Fabruch e Gomar, per cui Castel Nuovo fu definito "opera di arte catalana". Di notevole pregio è il famoso Arco di Trionfo posto tra le torri della guardia realizzato in marmo ed ispirato forse a quello di Federico II all'ingresso di Capua o alle architetture trionfali romane, ma riletto comunque secondo l'estetica rinascimentale: doveva celebrare l'ingresso in Napoli di Alfonso d'Aragona, il 26 febbraio 1443. E’ inserito tra colonne corinzie e sormontato dal grandioso rilievo del Trionfo, al di sopra del quale c'è un altro arco tra colonne ioniche, sotto il quale forse doveva essere collocata la statua di Alfonso. Molti scultori attesero all'esecuzione del bassorilievo, tra i quali ricordiamo Pietro di Martino (1452), Luciano da Laurana, Paolo Romano, Isaia da Pisa, Andrea Di Giacomo dell'Aquila, il Sagrera. In questo arco di trionfo rinascimentale il re è rappresentato con la corona, un lungo mantello, il globo e lo scettro (simboli di potere), ed è scortato dal seguito. Ricco di modanature, fregi e simboli, vi si nota l'incoronazione di Ferrante I d'Aragona, avvenuta a Barletta il 4 febbraio 1459. Le Virtù e i Fiumi concludono le rappresentazioni nell'Arco.
Oltrepassato questo monumento, si accede in un cortile quadrilatero che conserva elementi di varie epoche: di fronte si trova la Cappella Palatína o di Santa Barbara, unico elemento superstite dell'età angioina (Carlo II d'Angiò) e splendido esempio di arte gotica. Ha pianta quadrata ed è caratterizzata da una volta a crociera e da alte finestre, secondo lo stile di Santa Chiara. Fu affrescata da Giotto, ma niente rimane di quelle decorazioni, se non qualche avanzo attribuito ai suoi collaboratori, tra i quali Maso di Banco.
A sinistra c'è la Sala dei Baroni, ideata dal Sagrera, cui si accede da una scala esterna e dove nel 1485 si svolse la celebre congiura dei nobili feudatari (per l'appunto i Baroni) contro la dominazione aragonese. Fu danneggiata da un incendio nel 1919. Si presenta come un grande ambiente quadrato con volta ottagonale a costoloni e un occhio di apertura al centro. In questa Sala si riunisce attualmente il Consiglio comunale, mentre nell'ala orientale è stato sistemato il Museo Civico.
Di notevole interesse è l'architettura delle torri, con una "pieghettatura" che si sventaglia allargandosi man mano verso l'appoggio delle basi.
La grande porta bronzea del Castello che un tempo si trovava nel Palazzo Reale, e che ora è conservata nel Porticato dell'edificio, è ornata da sei bassorilievi che celebrano la vittoria di Ferdinando I su Giovanna d'Angiò e sui baroni ribelli nel 1462. Presenta segni di colpi di bombarda e trattiene in uno squarcio una palla da cannone che non è riuscita a forare la lastra dalla parte interna della porta, ma non si sa in seguito a quale avvenimento bellico ciò sia accaduto.
Il Museo Civico sistemato nella Sala S. Barbara e in due piani di un'ala del Castello ospita interessanti affreschi trecenteschi provenienti dal castello di Casaluce (Caserta) ed altri provenienti dalla Chiesa dell'Annunziata di Napoli del 1400.
Sulla parete di fondo sono esposti frammenti scultorei di scuola napoletana della metà del XV secolo.
Di grande interesse sono i tabernacoli di Jacopo della Pila (1470-1502) e di Domenico Cagini (1430-1492) come le statue eseguite da Malvito, Laurana e dallo stesso Cagini.
Al secondo piano sono esposte opere di artisti come Santafede, Fracanzano, Schonfeld, Pacecco De Rosa, Battistello Caracciolo, Recco, Giordano, Preti, Spadaro, Malinconico, Solimena, De Matteis, Bardellino, Cardisco, lerace e una tavola del XV secolo di ignoto napoletano.
Fra gli argenti possiamo ammirare una bellissima Immacolata di Giuliano Finelli (1602-1653) ed una S. Barbara di Lelio Ciliberto del 1607. Al terzo piano notiamo due sculture di Gemito: Testa di ragazzo e Pescatore.
La Chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli fu costruita nel 1540 da Pedro di Toledo e dalla Real Hermandad de Nobles Espagnoles de Santiago. La facciata progettata da Fernando Manlio, fu eliminata nel 1825, quando la chiesa fu inglobata nel Palazzo dei Ministeri (ora Palazzo San Giacomo, sede del Municipio di Napoli).
Soggetta a vari restauri, la chiesa conserva nel suo interno l'aspetto cinquecentesco: è a tre navate, con copertura a cupola in quelle laterali. La cupola centrale della navata principale capita tra l'abside e il transetto, evidenziando il sepolcro con statue allegoriche del Viceré Pedro di Toledo, opera di Giovanni da Nola. Sembra che la tomba accolga la salma del figlio del Viceré, Garcia, in quanto Don Pedro morì a Firenze.
Fra le molte opere che decorano la chiesa sono: la Vergine col Bambino, Angeli e Santi, S. Giacomo e la Crocifissione, tutte di Marco Pino. Il Martirio di S. Giacomo è del Vaccaro; la Deposizione di Cristo di Bernardo Lama; La Madonna con S. Girolamo di Michele Curia. Nella cappella a sinistra del presbiterio troviamo S. Pio e S. Giovanni d'Austria del Bardellino; l'altare maggiore è di Lorenzo Vaccaro ed il Cristo Morto nel paliotto è del figlio Domenico Antonio. Nella sacrestia la Vergine che appare a S. Giacomo è di Luca Giordano.
Uscendo dalla Chiesa si procede a sinistra e si imbocca via Medina e, sulla sinistra, troviamo la Chiesa dell'Incoronata,   che risulta ad un livello ribassato rispetto al piano stradale.
Probabilmente la forma della chiesa è dovuta al fatto che inizialmente doveva essere un ospedale per i poveri. Fu edificata, per volere della Regina Giovanna I d'Angiò, nella seconda metà del 1300, a ricordo dell'incoronazione avvenuta il 21 maggio 1352 (da cui appunto il nome della chiesa). E’ l'unico monumento superstite dell'area angioina, edificata intorno all'attuale piazza Municipio. Fu cara a Giotto, Petrarca e Boccaccio. Fu costruita a due navate, con volte a crociera, rette da grossi pilastri e con abside poligonale nella navata maggiore; la navata minore, dedicata al Crocifisso, presenta un cappellone a pianta rettangolare con sinopie quattrocentesche ed il crocifisso ligneo del Naccherino. Sul lato esterno si snoda un porticato di tipo senese sostenuto da belle colonne con capitelli ionici. La particolare architettura della fabbrica lascia supporre due momenti della realizzazione: il primo riferibile al periodo più antico con la navata principale ricavata dall'edificio del tribunale, che prima sorgeva in questo luogo; il secondo invece riferibile alla navata laterale.
La Regina Giovanna fece affrescare la navata maggiore da Roberto d'Oderisi, seguace di Giotto fra il 1340 ed il 1343, con il Ciclo dei Sacramenti, il Trionfo della Regina e Scene della Bibbia in cui sarebbero rappresentati la stessa Giovanna ed altri personaggi di corte.
Uscendo notiamo, di fronte, la Chiesa della Pietà dei Turchini, quindi percorriamo via Medina passando sotto il grattacielo (33 piani) del Jolly Hotel, di fronte al quale c'è la Chiesa di S. Giuseppe Maggiore e proseguiamo per via Monteoliveto (cosiddetta dall'ordine dei frati Olivetani di S. Miniato detti di Monteoliveto che qui avevano una Chiesa ed un vasto convento): lasciando a sinistra il Palazzo delle Poste e dei Telegrafi e il rinascimentale Chiostro di Monteoliveto, giriamo a destra per via S. Maria La Nova, dove visitiamo la Chiesa omonima.
La Chiesa di S. Maria ad Palatium si trovava sul litorale e fu demolita per costruire Castel Nuovo. Fu poi ricostruita, col nome di S. Maria la Nova , nel 1279 dai frati francescani, sul terreno dove sorge adesso e che Carlo d'Angiò aveva loro dato in permuta. Anche questa chiesa, in seguito a numerosi danni subiti da vari terremoti, fu demolita e completamente rifatta nel sedicesimo secolo, in soli tre anni, tra il 1596 ed il 1599, su progetto di Giovanni Cola di Franco.
La fabbrica ha una bella facciata rinascimentale e vi si accede da una scala a doppia rampa. La pianta è a croce latina ad unica navata con cappelle laterali. Un'alta cupola si erge all'incrocio del transetto con la navata. Sulla controfacciata vi sono opere di Belisario Corenzio che fanno parte del coro che insiste su tre archi con colonne immediatamente dopo l'ingresso.
All'inizio della navata sinistra è la grande Cappella di S. Giacomo della Marca, del primo Viceré di Napoli Consalvo da Cordova, ristrutturata da Cosimo Fanzago nel Seicento, vi si trovano delle tombe eseguite da Annibale Caccavello e nella volta affreschi di Massimo Stanzione.
Anche l'Altare Maggiore, realizzato in marmi policromi, è del Fanzago (1633). Davanti all'altare è la tomba di Giovanna d'Aragona moglie di Ferrante I.
Di grande effetto è il bellissimo soffitto a cassettoni in legno dorato, realizzato in modo da formare cornici per ospitare le tele, che sono opere di Francesco Curia, Gerolamo Imparato, Fabrizio Santafede e Belisario Corenzio con Storie della vita della Vergine, Santi, Profeti, Virtù e figure dell'Antico Testamento. Fra le mensole del soffitto vi sono busti lignei di rappresentanti dell'ordine francescano.
Di recente è stato disposto un sistema di specchi lungo la navata che riflette il soffitto cassettonato, in modo che il visitatore possa ammirare meglio le immagini ivi dipinte. Tra i finestroni della navata Belisario Corenzio illustra il Credo, sugli archi delle cappelle sono, invece, le Virtù, di Nicola Malinconico.
Tra le statue lignee presenti nella chiesa, di pregevole fattura è quella dell'Immacolata di un autore napoletano ignoto.
Ricordiamo, inoltre, il polittico di Angiolillo Arcuccio, posto sull'altare d'argento di Lorenzo Vaccaro (1683) e il Crocifisso ligneo di Giovanni da Nola, autore anche, del bellissimo retablo ligneo; la Crocifissione di Marco Pino nella terza cappella con affreschi di Belisario Corenzio; il rilievo con l'Adorazione dei pastori di Gerolamo Santacroce e gli affreschi di Battistello Caracciolo nella Cappella Sanseverino.
Sul lato sinistro, accanto ad un piccolo pulpito che poggia su quattro colonne di marmo policromo, c'è l'accesso ad un chiostro, decorato con affreschi di Simone Papa con Scene della vita di S. Giacomo della Marca e dotato di un porticato su colonne ioniche ed archi in piperno, con un pozzo marmoreo al centro. E’ molto bella la torre dell'orologio in maiolica del 1795 e molto interessanti risultano anche le tombe quattrocentesche, con eleganti decorazioni, dislocate lungo il porticato, tra cui è degna di nota quella di Costantino Castriota con le Virtù.
L'altro chiostro, un tempo riservato al convento monastico, presenta nove arcate per lato e capitelli ionici in piperno. Oggi l'intera ala è adibita ad uffici pubblici con la sala del Consiglio provinciale.
Ritornati su via Monteoliveto, la percorriamo e troviamo la sede della Facoltà di Architettura, ospitata nel rinascimentale Palazzo Orsini di Gravina .
Il palazzo fu realizzato fra il 1513 e il 1549, secondo i modi toscani, da Gabriele d'Agnolo, allievo del Brunelleschi e dell'Alberti; costituisce una delle poche architetture civili rinascimentali presenti a Napoli.
Per avere una dimora prestigiosa con parco, il duca Ferdinando Orsini acquistò terreni dal Monastero di Santa Chiara. Già a metà della costruzione si evidenziava la ricchezza del Palazzo, per cui, temendo che Carlo VIII avesse potuto appropriarsene, i lavori furono sospesi. Alla morte dell'Orsini, Vittorio Ghiberti si incaricò di realizzare busti e medaglioni rappresentanti Giancarlo Manoppello, Pierfrancesco Orsini, il principe Giovannantonio da Taranto e il principe Raimondo da Salerno. Passato di mano in mano, il Palazzo fu soggetto a menomazioni e restauri. Nel 1798 vi intervenne il Gioffredo, con un nuovo portale, mentre gli appartamenti, secondo la moda del tempo, furono, decorati da noti artisti locali: Bonito, De Mura, Fischetti ed altri, che affrescarono i vari ambienti. Giraldi e Fiore intervennero per dorature e stucchi.
Nel 1837 l'architetto romano D'Apuzzo intervenne sulla facciata sconvolgendola, e provocando aspre polemiche sulle pagine dell'Omnibus Pittoresco, con l'intervento del ministro Santangelo. Nel 1848 gli interventi decorativi furono distrutti da un incendio provocato dalle truppe di Ferdinando II, per scacciare dal Palazzo i nemici del governo. Nel 1849 il governo affidò il restauro a Gaetano Genovese e Lopes Suarez. Riportato alle forme originarie, il Palazzo fu destinato ad uso di pubblici uffici e alle Poste, prima di diventare sede universitaria della Facoltà di Architettura.
Poco più avanti, a sinistra, nella parte alta della piazza Monteoliveto, dove si può notare l'elegante fontana barocca, si trova la Chiesa di S. Anna dei Lombardi o di Monteoliveto.
Ritenuta fra le più belle chiese del periodo rinascimentale, nonostante abbia subito, come molte altre chiese di Napoli, distruzioni e rifacimenti, la Chiesa di S. Anna dei lombardi presenta caratteri architettonici particolari e conserva numerose sculture rinascimentali. La costruzione iniziò nel 1411, come quella del vicino convento degli Olivetani, arricchito da numerosi chiostri. Del complesso conventuale restano attualmente solo alcuni chiostri che sono stati incorporati nella Caserma Pastrengo e nell'edificio delle Poste, i quali adesso occupano l'area conventuale.
La Chiesa fu dedicata dal re Ladislao di Durazzo alla Beata Vergine di Monteoliveto, ma deve il nome attuale alla Congrega dei Lombardi, che si trasferì nel convento nel 1798. La facciata presenta un ampio arco gotico catalano ed una porta quattrocentesca, rifatta nel 1955. Nell'atrio si trova il sepolcro di Domenico Fontana.
Nel XVII secolo la chiesa, a una navata, fu rimaneggiata dall'architetto G. Sacco che aggiunse le cappelle laterali e un altare barocco, disegnato da G. Domenico Vinaccia ed eseguito dai fratelli Ghetti.
La prima cappella rinascimentale della famiglia Mastrogiudice, ha quattro arcate che reggono una piccola cupola. I rilievi sono opere di Benedetto da Majano. L'altra cappella quattrocentesca tutta affrescata che si deve a Giuliano da Majano è la Cappella Tolosa; nei pennacchi della cupoletta notiamo quattro tondi in terracotta invetriata della scuola dei Della Robbia.
Nella Cappella Piccolomini vi è un notevole rilievo di Giulio Mazzoni (1550).
Molto belli il pavimento a mosaico ed il grazioso Presepio all'altare di Antonio Rossellino, autore con Benedetto da Majano del monumento funebre di Maria d'Aragona, moglie di Antonio Piccolomini.
Particolarmente interessante risulta il gruppo del Compianto sul Cristo morto in fondo alla cappella Orilia, di Guido Mazzoni (1492) formato da otto statue in terracotta, di cui due, precisamente San Giuseppe e Nicodemo, si vuole che rappresentino i re Ferrante I ed Alfonso d'Aragona.
In S. Anna dei Lombardi è presente anche l'artista fiorentino Giorgio Vasari, con un bel dipinto nella Cappella dell'Assunta e con affreschi nella Sagrestia, che è ricca di pregiati stigli di legno intarsiato eseguiti da Giovanni da Verona nel 1516. Ricordiamo, infine, la Cappella Orefice affrescata da Luigi Rodriguez; la terza cappella conserva affreschi di Nicola Malinconico ed un altare di Annibale Caccavello, mentre nella quinta troviamo all'altare un S. Cristoforo su tela di Francesco Solimena.
Ai lati dell'ingresso i due altari gentilizi sono opera di due significativi scultori del Cinquecento: Giovanni da Nola e Gerolamo Santacroce, che hanno lasciato qui la testimonianza più alta della loro produzione.
Ritornando sui nostri passi, raggiungiamo, passando per calata Trinità Maggiore, piazza del Gesù Nuovo .
Da questo punto il percorso medievale e rinascimentale si intreccia notevolmente con quello della Napoli antica e con quello barocco. Nella piazza si trovano i settecenteschi palazzi Pignatelli e Sanfelice, la Guglia barocca dell'Immacolata e la Chiesa del Gesù Nuovo (anch'essa barocca, pur avendo la facciata nel quattrocentesco bugnato dell'originario palazzo signorile). L'attenzione, però, viene subito attirata dal complesso gotico del Monastero e della Chiesa di S. Chiara . La regina Sancia di Maiorca, moglie di Roberto d'Angiò, non avendo potuto soddisfare la vocazione a monaca di clausura, volle manifestare la sua devozione facendo costruire, tra il 1310 e il 1328, il Monastero e la Chiesa di S. Chiara. Il progetto fu affidato a Gagliardo Primario, che edificò la chiesa a ridosso della murazione romana. La mancanza di spazio indusse a realizzare la navata senza abside, bensì con un “oratorio interno", progettato da Leonardo di Vito e affrescato da Giotto (non restaurato).
Il complesso monumentale gotico fu completamente trasformato in epoca barocca, distrutto dalle bombe il 4 agosto 1943 e ripristinato nelle sue originarie forme gotiche francesi negli anni '50. La Chiesa del Corpo di Cristo, detta di S. Chiara dall'ordine delle Clarisse, presenta nel suo monumentale aspetto le caratteristiche del gotico angioino e custodisce opere mirabili.
Quasi completamente rifatta in tufo giallo di Pozzuoli, vi si accede da un arco sormontato da un'unghia di volta a crociera, che sporge per m 2,50 ed assume l'aspetto di un elmo.
Nella facciata spiccano un occhio triangolare e un rosone (che misura m 8 di diametro) incluso in una cornice di piperno. Ai lati, due contrafforti angolari abbracciano la facciata evidenziandone il volume.
L'elegante e severo pronao in cornice di piperno è coperto da terrazze digradanti sorrette da archi ogivali.
Il portale di marmo, finemente lavorato, immette nell'interno ad aula lunga m 82, larga 30 ed alta 46, con venti cappelle dalle volte a crociera costolonate, con archi a tutto sesto munita di matroneo, bifore e trifore e coperta da un tetto a capriate.
Il sepolcro di Roberto I d'Angiò rappresenta una delle tombe più belle dell'arte gotica italiana, opera degli scultori fiorentini Giovanni e Pacio Bertini. Situato alle spalle dell'altare maggiore, a causa dei danni bellici del 1943 si presenta mutilo nella colonna e nella cuspide ad elmo, che doveva ripetere l'elemento architettonico del portale.
Le allegorie delle Virtù sono considerate come le opere più belle del Bertini. Roberto d'Angiò siede in trono al centro dell'urna, fra la regina Sancia, Giovanni, Ludovico ed altri parenti. Sulla predella si legge l'elogio dettato dal Petrarca: "Cernite Robertum regem virtute refertum". I due monumenti funebri sulla parete destra del presbiterio, il Sepolcro di Carlo di Calabria e quello di Maria di Valois, sono di Tino da Camaino, su modello della Tomba di Maria d'Ungheria nella chiesa di Donnaregina; a sinistra c'è invece il Sepolcro di Maria di Durazzo.
Nella controfacciata sono i Sepolcri di Clemenza e Agnese di Durazzo, con allegorie della Fede e Carità ed il Sepolcro di Antonio Penna, del Baboccio, con affresco di scuola giottesca.
Nella sesta cappella vi sono frammenti scultorei che rappresentano il Bacio di Giuda; nella settima troviamo ancora opere sepolcrali di Tino da Camaino e un affresco trecentesco con S. Chiara in trono. Inoltre nell'ottava cappella notiamo l'Adorazione dei pastori di Marco Pino, infine, nella decima, immediatamente prima del presbiterio, il Sepolcro di Carlo III di G. Sammartino.
Un sarcofago greco del III o IV sec. a.C., di grande valore artistico e archeologico fu sistemato (1632) nell'ottava cappella a sinistra per essere tomba di G. B. Sanfelice. La decorazione a bassorilievo racconta il mito di Protesilao, eroe greco ucciso nella guerra di Troia, a cui gli Dei concessero di ritornare in vita per tre ore, perché commossi dal pianto della moglie Laodamia, la quale, scaduto il tempo concesso, si tolse la vita.
Il Campanile sorge isolato dal complesso monumentale.
Edificato nella prima metà del '300 dovette crollare per il disastroso terremoto del 1456. Il massiccio basamento non subì danni rilevanti. La larga fascia che gira intorno alla prima cella reca iscrizioni in caratteri gotici che attestano la data di fondazione (1310), l'anno di consacrazione (1340), i nomi dei vescovi e degli angioini che vi intervennero, oltre al re Roberto e alla regina Sancia, e la concessione delle indulgenze offerte alla chiesa da Papa Giovanni XXII.
Il Chiostro è di forma lievemente rettangolare, circondato da quattro porticati. L'interesse di questo spazio verde è dato dalla policromia delle maioliche che ornano i pilastri con tralci di fiori e frutta, mentre i sedili dei quattro viali propongono scene di vita popolare e allegorie, tutto su progetto e disegni di Domenico Vaccaro, a cui si deve la trasformazione del chiostro trecentesco nella più ricca ed armonica realizzazione del giardino rustico settecentesco rococò. L'anno che si legge nel V sedile destro del viale orientale è 1740. Donato e Giuseppe Massa furono i "riggiolari" (maiolicari) esecutori, ma è probabile che le fabbriche di maioliche furono due, se si tiene conto della diversità di esecuzione.
Usciti dalla Chiesa di S. Chiara, vale la pena scendere, subito a destra, in via S. Chiara ed inoltrarsi nei vicoli alle spalle del Monastero, per raggiungere, seguendo via Banchi Nuovi (cosiddetta perché nella seconda metà del Cinquecento mercanti ed artigiani vi costruirono botteghe nuove), nella piazzetta T. Monticelli n. 24, Palazzo Penna , di Antonio Penna, segretario del re Ladislao di Durazzo. Si tratta di una deliziosa costruzione tardo-gotica di cui rimane solo una parte.
Presenta elementi durazzesco-catalani nel portale ad arco depresso inquadrato in un rettangolo, con decorazioni e stemmi di famiglia. Sulla cornice poggia un'epigrafe con l'anno di costruzione: 1406. La facciata è a piccole bugne rettangolari con piume (emblema di famiglia) e gigli angioini. Il cornicione, anch'esso a bugne, con corone ed armi dei Durazzo, poggia su graziosi archetti acuti.
L'attribuzione del progetto è molto controversa, non essendoci prove specifiche, ma la fattura denota l'opera di un architetto svincolato dai canoni precedenti e interessato ad una nuova linea architettonica più fine e disegnata. Faceva parte del palazzo anche un giardino, fiancheggiato da un lato da massicci archi.
Accanto a Palazzo Penna c'è la Chiesa dei Santi Demetrio e Bonifacio e, poco più avanti, nel largo S. Giovanni Maggiore, si trova la Cappella Pappacoda, di fronte alla quale è Palazzo Giusso, sede dell'Istituto Universitario Orientale, che ebbe origine dal Collegio dei Cinesi fondato nel 1725 dal missionario Matteo Ripa, che aveva fatto ritorno dalla Cina con quindici ragazzi che intendeva rieducare e convertire.
Il Papa approvò questa iniziativa, che venne estesa agli altri popoli dell'oriente.

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