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| Azienda Autonoma di Soggiorno Cura e Turismo di Napoli |
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| ITINERARIO B |
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| La Chiesetta di S. Giovanni dei Pappacoda,
I restauri del 1772, curati dagli eredi, coprirono d'intonaco gli affreschi dedicati alla vita di S. Giovanni Evangelista, e sostituirono l'altare e la decorazione in marmo introducendo opere del Solimena e di Angelo Viva (gli Evangelisti). Fortunatamente l'esterno della piccola fabbrica, che testimonia un episodio architettonico tardo-gotico, non fu leso dalla mania di "ammodernamento" tipica della fase barocca napoletana. La facciata semplicissima, con due monofore, è impreziosita dal portale del Baboccio in gotico flamboyant, la cui ricca decorazione in cornici di ghirlande e fiori, costituisce, in ogni particolare, un suggestivo brano artistico. Ritornando sui nostri passi ripercorriamo via Benedetto Croce, detta Spaccanapoli, soffermandoci davanti al Palazzo Filomarino. Nel Palazzo Filomarino visse e morì il filosofo Benedetto Croce, per cui il palazzo è comunemente conosciuto col suo nome. Della prima costruzione di epoca angioina rimangono due archi ogivali nella scala, rinvenuti nel corso di una recente ristrutturazione. Del rifacimento rinascimentale dell'architetto G. F. Di Palma (1512), resta invece un bellissimo cortile a quadriportico in piperno, con archi a tutto sesto e pilastri scanalati, a sezione quadrata, con due pozzali ai lati dell'arco mediano ornato da stemma. Le finestre con cornice e mensole poggiano sul marcapiano. Il Palazzo fu gravemente danneggiato durante la rivolta di Masaniello (1647) a cui partecipò attivamente il principe Della Rocca (allora proprietario dello stabile), quindi fu di nuovo rimaneggiato nel 1650 e nei primi anni del Settecento. Di quest'epoca, nell'ampia facciata articolata in più piani, ammiriamo il fastoso portale barocco, opera di Ferdinando Sanfelice, con dei riquadri di marmo ed un originale timpano chiuso da volute, che, incontrandosi, reggono l'ornamento floreale in stucco. Le finte colonne hanno base e capitelli in marmo. Il filosofo B. Croce vi fondò nel 1947 L’”Istituto Italiano per gli studi storici", lasciandovi la sua preziosa biblioteca. Raggiungiamo quindi piazza S. Domenico Maggiore e una delle chiese più importanti di Napoli: S. Domenico Maggiore. La Chiesa di S. Domenico Maggiore (già S. Michele Arcangelo a Morfisa) fu costruita in stile gotico, tra il 1283 e il 1324. Fu dedicata dal Papa Alessandro III a S. Domenico e all’ordine mendicante che si proponeva l'insegnamento e la predicazione. Anche questa chiesa ha perso le forme originarie a causa di terremoti e incendi che hanno provocato continui restauri e rifacimenti sino all'Ottocento ed è ancora un esempio importante, in tutta la sua evidenza, della continua sovrapposizione di stili che caratterizza le costruzioni della città testimoniando la sua evoluzione storica. E’ una delle chiese più importanti di Napoli sia per la ricchezza delle opere d'arte che conserva, dagli affreschi giotteschi, alle opere di Pietro Cavallino, Mattia Preti, Luca Giordano, Francesco Solimena, Marco Pino sia per caratteristiche architettoniche e storiche. Ha ospitato importanti personaggi del pensiero italiano, come S. Tommaso d'Aquino, che nel 1272 vi fonderà una facoltà di Teologia e, in seguito, comporrà la terza parte della Summa Theologiae. Nel suo soggiorno in S. Domenico Maggiore, S. Tommaso, nel 1273, tiene la quaresima, e, nelle prediche, si rivolge al popolo usando il volgare e non il latino delle classi colte. Un altro personaggio di rilievo, ospite del palazzo nel 1565, fu Giordano Bruno, che vi farà noviziato e studi. Dal 1515 al 1615 S. Domenico Maggiore fu sede dell'Università di Napoli per l'insegnamento di Diritto Canonico, Civile e del Greco. Nell'aula detta di S. Tommaso erano attivati i corsi di Filosofia e Teologia, lezioni già tenute in volgare, un tempo, da S. Tommaso, su richiesta di Carlo I d'Angiò. L'ingresso principale al tempio si trova all'interno dell'ampio cortile del convento domenicano, nel vico S. Domenico. Nel '700 il Tagliavini sconvolse l'aspetto originario dell'interno con i suoi interventi di "ammodernamento" ed anche il soffitto a capriate fu sostituito da cassettonato a fregi, stucchi ed ori. Altare maggiore, balaustra, cattedre alla base dei pilastri e tarsie marmoree sono di Cosimo Fanzago, i due puttini in marmo di Lorenzo Vaccaro. Nell'urna di bronzo sotto l'altare si conservano le ossa del Beato Raimondo da Capua, confessore di S. Caterina da Siena, morto a Norimberga nel 1399 che i domenicani dopo la Riforma Protestante del 1525 portarono a S. Domenico Maggiore. Molto interessante è l'abside poligonale, il cui coro in radica di noce è opera del laico domenicano Giuseppe da Parete (1752). L'organo di ben 1640 canne risale al 1751; restaurato alla fine del secolo scorso da Zeno Fedeli di Foligno, è stato nuovamente revisionato nel 1975. Nella navata a destra, apprezzabile la rinascimentale Cappella Carafa e, sempre lungo la stessa navata, una bella tela di Francesco Solimena del 1730. La Cappella Brancaccio, dalla originaria struttura trecentesca è completamente affrescata con opere attribuite a Pietro Cavallino. Nel Cappellone del Crocifisso ammiriamo la Madonna dell'umiltà di Roberto d'Oderisio, la Madonna della Rosa attribuita a Simone Martini e quattro sepolcri rinascimentali: il primo è di Giovanni da Nola, gli altri furono eseguiti da Tommaso Malvito. Il punto focale del "Cappellone" è rappresentato dal crocifisso che parlò a S. Tommaso d'Aquino (quando era ancora collocato nella Cappella di S. Nicola nella Chiesa di S. Michele a Morfisa) dicendo: "Bene scripsisti de me, Thoma; quam ergo mercedem recipies?" e il Santo rispose: "Non aliam nisi te". (Hai scritto bene di me, Tommaso; quale ricompensa dunque otterrai? Nessun'altra se non tè). La tavola duecentesca rappresenta Cristo in croce tra la Vergine e il discepolo Giovanni. Il presepe, del 1707, è del bergamasco Pietro Belvedere che lo costruì con pietre portate da Betlemme (molti pezzi ed il "bambino" sono andati perduti per un furto). Nella cappella più vicina all'altare vi sono due tele di Luca Giordano e nella successiva si trova una copia del Vaccaro della Flagellazione di Caravaggio, attualmente nella Pinacoteca di Capodimonte. Il Candelabro pasquale con le Virtù è opera di Tino da Camaino. La Sagrestia è una imponente sala rettangolare del 1700, con un bel pavimento ed eleganti ed imponenti stigli in noce intagliato e decorato. L'affresco della volta di F. Solimena (1709), è dedicato al Trionfo della fede dell'ordine domenicano. Sull'altare notiamo L'Annunciazione del manierista Andrea Sabatini, primo allievo di Raffaello. Su un corridoio aereo al di sopra degli stigli sono disposte 45 arche sepolcrali, che costituiscono il maggior interesse della Sagrestia. Alcune sono vuote, altre contengono le bare con i cadaveri imbalsamati dei re aragonesi e di altri personaggi di nobile famiglia (Alfonso e Ferrante d'Aragona, Ferrandino e sua moglie Giovanna, Isabella Sforza d'Aragona, Ferrante d'Avalos ecc.). In origine le arche erano collocate nell'abside, ai lati dell'altare maggiore ed avevano un notevole effetto decorativo per i loro tessuti di seta, velluto, damasco, broccato, stemmi di famiglia e drappeggi colorati, nonostante la loro funzione funebre. L'incendio del 1506, sviluppatosi proprio a causa dei baldacchini e dei tessuti di addobbo, non valse a far rimuovere le arche, ma nel 1568 il Papa Pio V ordinò alle chiese di seppellire i corpi. Essendo i defunti di S. Domenico Maggiore imbalsamati, se ne decise il trasferimento nella Sagrestia dove, con i lavori del 1709, si realizzarono un baldacchino e un ballatoio ligneo ove le arche trovarono così una definitiva sistemazione in doppia fila. In S. Domenico Maggiore, fra le altre numerose opere d'arte presenti, ricordiamo: la tomba di Galeazzo Pandone (1514) e la Vergine che offre frutta al bambino, di Giovanni da Nola. Nella Cappella del Rosario, restaurata nel 1788 da Carlo Vanvitelli, vi sono affreschi del Fischetti. Notevoli sono anche la tela l'Immacolata di Pacecco De Rosa e la Madonna del Latte, affresco di Roberto d'Oderisio. Di grande interesse sono anche le opere: il Martirio di S. Bartolomeo dello Spagnoletto, il Martirio di S. Lorenzo di Andrea da Salerno, la Decorazione e S. Giovanni Battista di M. Preti, S. Giovanni Evangelista nella caldaia bollente di Scipione Pulzone, S. Giuseppe di L. Giordano, l'Eterno Padre di B. Corenzio e un Redentore di un ignoto manierista di scuola leonardesca. Nei locali del convento i domenicani tennero le loro scuole. In piazza S. Domenico Maggiore si affacciano gli eleganti Palazzi Sangro Sansevero, Casacalenda, Corigliano, e Palazzo Petrucci. Il Palazzo Petrucci Notevoli sono il portale di marmo, recentemente restaurato e, nel cortile, elementi architettonici di stile catalano. La cornice marmorea è sovrastata da un architrave, con mensole ad angioletti dirimpettai, recante una lunga ornamentazione a foglie di alloro legate con foglie di acanto ad intervalli regolari. Una lunga mensola sovrasta tutto il portale. Nel cortile si notano membrature incorporate di stile catalano. Dalla piazza si può raggiungere la vicina Cappella Sansevero, che merita certamente uno sguardo per la sua originalità. Nella piazzetta Nilo (cosiddetta per la statua del fiume Nilo, eretta dai mercanti egiziani ai tempi dell'impero romano), troviamo la Chiesa di S. Angelo a Nilo Questa fu costruita per volontà del Cardinale Brancaccio nel 1385, insieme ad un ospedale per i poveri (successivamente eliminato); fu poi rifatta nel XVII secolo con l'intervento del Guglielminelli, che le diede l'assetto definitivo. L'esterno della chiesa è dotato di due ingressi: uno principale, che immette su via Mezzocannone, con porta rinascimentale scolpita e munito di una graziosa torre campanaria; l'altro secondario, che dà sulla Piazzetta Nilo e si presenta molto movimentato in tutta la superficie, con porte in pannelli lignei intagliati e scolpiti, è sormontato da una lunetta con un S. Michele, opera di un ignoto artista rinascimentale napoletano. L'interno è a navata unica e il lato destro del transetto si allunga notevolmente con un coro. In questa chiesa troviamo l'unico intervento artistico di Donatello a Napoli, nel delicato bassorilievo dell'Assunta eseguito sul monumento funebre del Cardinale Rinaldo Brancaccio, realizzato con il Michelozzo, autore delle superbe cariatidi. A destra dell'altare maggiore si trova il macchinoso monumento funebre, di stile barocco, a Francesco e Stefano Brancaccio. Gli artisti, Bartolomeo e Pietro Ghetti, hanno realizzato in questa opera una delle loro creazioni più originali, per la disposizione piramidale delle allegorie e degli elementi decorativi di cui è ricca. Sull'altare maggiore, eseguito nel Settecento, si trova un S. Michele di Marco Pino da Siena. Da un bellissimo cancello attribuito a G. Battista Nauclerio, accediamo alla Cappella di S. Candida sul cui altare possiamo ammirare una tela del Sellitto che rappresenta l'apparizione della Vergine alla Santa. Dalla chiesa si intravede il chiostro dell'annesso convento dei Frati Minori. Il proseguimento di via Benedetto Croce è via S. Biagio dei Librai, il decumanus inferior della città greca dove incontriamo Palazzo Carafa, la Cappella del Monte di Pietà e Palazzo Marigliano. Palazzo Carafa Sulla superficie a bugnato rettangolare, in cui si aprono finestre, notiamo un bellissimo portale marmoreo con portone ligneo ad intagli e rilievi eseguiti al traforo e con lo stemma della famiglia Carafa. Sul portale, ai lati della cornice, sono i busti di Diomede Carafa e della consorte. All'androne, limitato da un ampio arco catalano, segue un breve portico, di cui una colonna ionica poggia su un'alta base con scritte e stemma ed è circondata da quattro pilastrini cilindrici. Un'altra colonna di marmo bianco spezzata, addossata al muro, è chiusa da tre pilastrini. Dotato di vasta cultura e di amore per le arti in genere, Diomede Carafa collezionò reperti archeologici e frammenti con cui ornò anche l'ampio cortile del Palazzo, dove troviamo, inoltre, una testa di cavallo in terracotta, la cui provenienza è attribuita ora ad un recupero (avvenuto in piazza Riario Sforza dov'era il monumento simbolo della città), ora a Lorenzo dei Medici, che avrebbe regalato l'originale in bronzo, di fattura greca, al nobile Carafa, dopo aver ricevuto in dono dei libri rari. Al di sopra della testa del cavallo vi è una lapide rettangolare con un ricco stemma. Nel 1539, quando Carlo VIII scacciò da Napoli gli usurai ebrei, due cittadini napoletani, Aurelio Pagano e Nando Palma, ritirarono a proprie spese i pegni per restituirli ai poveri. Molti altri cittadini aderirono all'iniziativa per fondare il Banco della Santa Sede dell'Annunziata, che diventò poi il Monte di Pietà La cappella, opera del Cavagni, autore anche dell'edificio, del 1598, presenta una bella facciata con la Pietà del Naccherino, la Sicurtà e la Carità di Pietro Bernini ed all'interno è riccamente decorata con stucchi dorati e affreschi (Corenzio, Battistello, Rodriguez). Ai tre altari dell'unica navata troviamo la Resurrezione di Girolamo Imparato, la Deposizione del Santafede e l'Assunta di Ippolito Borghese. Nella Sagrestia si evidenziano un monumento in memoria del Cardinale Acquaviva di Cosimo Fanzago e la Carità, dipinto di Giuseppe Bonito. Degna di nota è la pavimentazione dell'intera cappella. Palazzo, di Bartolomeo di Capua, poi Palazzo Marigliano Articolata in tre piani, la facciata presenta tre ordini di finestre con cornici in piperno, intervallate da lesene. Una bella cornice marcapiano delimita il terzo ordine di alte finestre, sovrastato da un cornicione retto da mensole. Nei fregi troviamo il motto "Memini". Il portale originario fu sostituito per consentire il passaggio delle carrozze. Al di sopra di esso, la targa Marigliano, fra due clipei, è sormontata da putti che recano lo stemma della casata. Nonostante il piano terra sia stato alterato dall'apertura di negozi, il disegno architettonico d'insieme rimane sempre elegante. Due epigrafi nell'atrio, poste al di sopra dei sedili di attesa, ricordano importanti avvenimenti storici legati alla battaglia di Velletri e alla congiura dei Macchia. Il lungo cortile rettangolare termina con una scala a doppia rampa munita di ringhiera in ferro e di pilastrini in piperno di elegante linea. Verso la fine di via S. Biagio dei Librai, girando a destra per via Del Grande Archivio, possiamo visitare il Monastero dei S.S. Severino e Sossio L'aspetto del complesso evidenzia i caratteri dell'architettura tardo cinquecentesca della ricostruzione definitiva, avvenuta alla fine del XV secolo con il contributo del re Alfonso d'Aragona. L'origine del Monastero dei S.S. Severino e Sossio risale all'anno 846 d.C., quando in questo luogo fu fondata una chiesa per accogliere le spoglie di S. Severino prima e di S. Sossio poi. Nel X secolo vi si stabilì un gruppo di frati benedettini che fondò il monastero. La chiesa, però, nel corso del tempo ha mutato aspetto, assumendo in epoca barocca un assetto definitivo. Il grande edificio si apre sulla piazzetta del Grande Archivio con una imponente facciata divisa in vari ordini di finestre di forme diverse, in piani alternati e munite di cancellate ai piani più bassi. Il semplice ingresso è sovrastato da una bella mensola che, in dimensioni maggiori, conclude l'ampia facciata appoggiandosi su beccatelli. Il convento è dotato di quattro chiostri ed il quarto (Atrio Quarto), con un vasto porticato, ha al suo centro una statua del Naccherino. Da questo chiostro si accede alla Sala Filangieri (l'antico Refettorio) che presenta la volta a carena di nave nella cui decorazione spicca una grande tela di Belisario Corenzio dell'inizio del XVII secolo. Dello stesso pittore sono gli affreschi della Sala del Capitolo, oggi adibita a Catasto. Il Chiostro del Platano costituisce l'elemento di maggiore attrazione del complesso. Di architettura molto originale, si presenta con due ordini di archi chiusi da vetrate tra finte colonne marmoree panciute che si ripetono all'interno. Il nome del chiostro deriva da una tradizione che vuole piantato da S. Benedetto un platano miracoloso, che tuttavia nel 1950 dovette essere abbattuto perché costituiva un pericolo per l'edificio circostante. L'interessante ciclo pittorico in venti episodi, realizzato nel XVI secolo dal pittore Antonio Solario detto lo "Zingaro", è dedicato a S. Benedetto. Tra i documenti più significativi conservati nell'Archivio, troviamo nel Museo storico e diplomatico una "carta lapidaria", o contratto di compravendita, dell'VIII secolo, rinvenuta a Cuma. La piazzetta antistante l'Archivio di Stato è ornata dalla bella Fontana del Pendino Quest'opera fu sistemata nella piazza della Sellaria, oggi piazza Bovio o della Borsa, da dove fu rimossa all'epoca dei lavori del Risanamento, per essere poi ricostruita nello stesso luogo nel 1903. E’ realizzata in piperno e marmo e si presenta come un grande arco monumentale, con colonne, concluso da un timpano curvo e interrotto, su cui spiccano tre stemmi di marmo bianco: quello centrale con una corona e la lapide commemorativa sono di Filippo III. Due piccoli obelischi con base di marmo richiamano le idrie bianche su alte volute laterali in piperno. Due mascheroni interni ai lati davano acqua nella vasca ellittica, la cui forma è ripetuta alla base della fontana. Risalendo la via Del Grande Archivio, sulla destra, in fondo alla via De Blasiis, all'incrocio coi vico Paparelle al Pendino, troviamo la piccola struttura rinascimentale di una cappella gentilizia detta di S. Maria della Stella alle Paparelle |