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| Azienda Autonoma di Soggiorno Cura e Turismo di Napoli |
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| ITINERARIO C |
| < pagina precedente Porta S. Gennaro Chiesa di Gesù delle Monache Chiesa di S. Maria Donnaregina Vecchia Duomo Palazzo Cuomo |
| La Porta S. Gennaro La struttura cinquecentesca, estremamente semplice e senza ornamenti di sorta, fu arricchita nel 1656 da un'edicola affrescata da Mattia Preti con I Santi patroni della città imploranti dalla Vergine la fine della peste. L'affresco, ormai deteriorato, rappresentava S. Gennaro, S. Rosalia e S. Francesco Saverio. I Padri Teatini, che volevano S. Gaetano tra i patroni, si lamentarono ed ottennero di apporre all'interno della porta il busto del loro Santo eseguito in pietra da Bartolomeo Mori nel 1659. Davanti all'affresco sono le statue di S. Gennaro e S. Michele. L'edicola con il quadro della Vergine, sotto la porta, è un altro ex- voto del 1887 per lo scampato morbo asiatico del 1884. In via Porta S. Gennaro si trova la Chiesa di Gesù delle Monache, Sulla facciata, in tre ordini, si aprono tre ingressi, di cui il mediano molto elevato. Di stile tardo-manieristico, presenta lesene ioniche e "tondi" con stucchi di santi, che tornano, a tutta figura, ai lati dell'arco centrale, in cornici rettangolari. Nel terzo ordine, concluso da lesene, volute, obelischi e timpano, è la statua dell'Immacolata. Le porte lignee recano lo stemma dei francescani e il massiccio portale d'ingresso ha un alto timpano decorato da stucchi. Il bellissimo pavimento in maioliche bianche a minuti disegni neri, presenta una greca nel perimetro e, al centro, un ricco esagono di girali e foglie intorno ad una raggiera. Realizzato nel primo '800, rappresenta una preziosa testimonianza del gusto neoclassico ispirato ai ritrovamenti archeologici di Ercolano e Pompei. Disegno e produzione, unitamente ai pavimenti delle cappelle a destra e a sinistra, realizzati nel 1760, sono assegnati a Nicola Giustiniani, trasferitosi a Napoli da Cerreto Sannita (Benevento). Il bel soffitto a cassettoni in legno dorato presenta pregevoli decorazioni cromatiche. Sul presbiterio primeggiano l'organo con ricche decorazioni e, di fronte, la cantoria. Notevoli i monumentali candelabri bronzei. Dietro l'altare maggiore realizzato dal Guglielminelli in marmi policromi dotato di un bel ciborio vi è un Trionfo del Signore in una ricca raggiera dorata con coro di angeli che circonda Gesù Bambino, opera di Luca Giordano. Graziosissimo e di rara eleganza è il cupolino che insiste sull'altare maggiore. Frutto della collaborazione fra Dionisio Lazzari, Arcangelo Guglielminelli e Lorenzo Vaccaro, che ne curarono la ristrutturazione e la decorazione, la chiesa offre oltre a stucchi, puttini e angeli del Vaccaro (nelle cappelle laterali), notevoli opere di pittura: i cicli dedicati a S. Chiara di Francesco Solimena e di Paolo de Matteis e opere di Luca Giordano, di Fabrizio Santafede e di Michele Ragolia. Da piazza Cavour, scendendo sulla destra, prendiamo la centrale via Duomo (uno degli antichi cardines della città greca) e la percorriamo, fino alla via Donnaregina, dove visiteremo la stupenda Chiesa trecentesca di S. Maria Donnaregina Vecchia, La denominazione deriva, secondo alcuni, dal titolo dato all'antica Chiesa di San Pietro del Monte, "De Domina Regina" (dal nome della proprietaria che aveva concesso i suoli); secondo altri studiosi, invece, il nome si deve riferire alla regina Maria d'Ungheria, moglie di Carlo II d'Angiò, che volle ricostruire il complesso Conventuale distrutto dal terremoto del 1293. Si accede alla Chiesa dal vico Donnaregina, attraversando il cortiletto del piccolo chiostro maiolicato del Sanfelice, su cui dà l'alta facciata con lunghe monofore, un grande occhio e lo stemma della Regina Maria scolpito nel tufo. La chiesa, dall'originale architettura, offre, nella sua semplicità, una serie di capolavori come la tomba della Regina Maria d'Ungheria, morta a Napoli nel 1323, opera di Tino da Camaino. La regina è raffigurata in ginocchio davanti alla Vergine sotto un padiglione e in undici nicchiette sono rappresentati i suoi figli. Il sarcofago poggia su le quattro statue delle Virtù: Prudenza, Temperanza, Giustizia e Fortezza. Di notevole interesse la serie di affreschi che testimoniano l'influsso di Pietro Cavallini, Simone Martini e Giotto. Il ciclo pittorico databile fra il 1307 e il 1320, raffigura scene della vita di Cristo e degli Apostoli. Interessanti sono la Cappella Loffredo ed il coro con affreschi di scuola giottesca, rappresentanti scene della vita di Cristo. Appena all'interno, si rimane stupiti di fronte alla originale spazialità trecentesca, determinata dalla cappella che ospitava l'altare maggiore. Questa bellissima chiesa trecentesca oggi sede della scuola di restauro dell'Università ha avuto una storia tormentata a causa di vari terremoti, ma l'ingiuria più grande l’ha subita a partire dal 1620, anno in cui, per realizzare la nuova chiesa di S. Maria Donnaregina Nuova, si apportarono danni irreversibili alla precedente e si distrusse definitivamente il monastero. Ulteriori guasti alla fabbrica e agli affreschi furono apportati, dal 1864 in poi, dall'uso profano che se ne è fatto: come caserma, scuola, alloggio per i poveri ecc. Il restauro della vecchia "Donnaregina" è risultato piuttosto arduo, essendo sempre forte il rischio di danneggiate la nuova chiesa barocca (affrescata dal Solimena), una parete della quale si incuneava nell'abside della chiesa trecentesca. Accanto, con ingresso nell'omonima piazza, troviamo la Chiesa di S. Maria Donnaregina Nuova e, di fronte, la sede dell'Arcivescovado, che conserva le lastre del Calendario marmoreo ed i resti di un'antica Basilica paleocristiana (forse la Stefania). Ritornando su via Duomo, di fronte ammiriamo la Chiesa di S. Giuseppe dei Ruffo e proseguiamo fino a raggiungere il Duomo. La grande costruzione gotica del Duomo, fu iniziata alla fine del XIII secolo dal re Carlo II d'Angiò, e completata dal figlio Roberto nel 1314. Nel corso dei secoli, molti sono stati i rimaneggiamenti, dovuti per lo più a varie vicende catastrofiche come guerre e terremoti. La facciata è stata interamente rifatta in stile neo-gotico alla fine del 1800, su progetto di Enrico Alvino. Sono originali i tre bei portali gotici di Antonio Baboccio. Nel portale centrale, ricco di ornamenti, vi è una Madonna con Bambino di Tino da Camaino, sistemata all’interno del lunettone. L'interno a croce latina è lungo quasi cento metri ed ha tre navate: la centrale presenta un ricco cassettonato barocco del 1600, mentre le due laterali sono coperte da crociere; le tele tra le finestre e gli archi sono di Luca Giordano e della sua scuola. L'abside poligonale è stata completamente rifatta nel Settecento, mentre le quattro cappelle del transetto conservano l'originario aspetto gotico. Le scale a lato del transetto portano alla Cappella Carafa o Succorpo di San Gennaro, pregevole testimonianza del Rinascimento napoletano, ideata da Tommaso Malvito. Nelle cappelle vi sono affreschi e dipinti di vari periodi storici, tra cui in particolare è da notare: un San Giorgio di Francesco Solimena: l'albero di Iesse di Lello da Orvieto; la tavola dell'Assunta del Perugino. Molti i monumenti funerari presenti nella Cattedrale, dalle tombe trecentesche dei Caracciolo, al Sepolcro di Giacomo Galeota di Lorenzo Vaccaro (1677). Nella seconda cappella a destra vi è anche un crocifisso ligneo del XIII secolo. Il fonte battesimale è un'opera barocca del 1618. Lungo la navata destra, troviamo la Cappella di San Gennaro o del Tesoro - costruita tra il 1608 e il 1637 - che rappresenta degnamente il Seicento napoletano. La dedica a San Gennaro - che in più occasioni calamitose aveva dimostrato la sua protezione sulla città - è scritta all'ingresso: "A San Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio, per virtù del suo sangue miracoloso, consacra". I napoletani vollero costruire questa cappella interamente a proprie spese, rifiutando anche l'offerta di 30.000 scudi da parte della viceregina. Un maestoso cancello di bronzo dorato, progettato da Cosimo Fanzago, segna l'ingresso. Nell'interno, a pianta centrale, numerose opere di vari artisti testimoniano la cultura barocca a Napoli: il pavimento a intarsio marmoreo e le balaustre disegnate dal Fanzago, i dipinti del Domenichino, di Giuseppe Ribera (San Gennaro che esce illeso dalla fornace), di Luca Giordano, di Massimo Stanzione, di Francesco De Mura, i numerosi (circa 50) busti d'argento di diversi autori, tra i quali osserviamo quello del Santo (1306) - di artisti francesi - in argento dorato, al quale si deve anche l'epiteto di "faccia gialla" col quale il popolo ancora oggi apostrofa S. Gennaro. In questa chiesa sono conservate anche le ampolle contenenti il sangue coagulato del Santo. Si tratta del famoso "miracolo di San Gennaro", che si verifica due volte l'anno (a maggio e a settembre) e consiste nella liquefazione del sangue contenuto nelle ampolle, il cui primo ricordo storico risale al 1389. Questo evento ha richiamato, in ogni epoca, l'attenzione di studiosi che hanno tentato di darne una spiegazione. I napoletani con immutata devozione nel corso dei secoli, ancora oggi traggono auspici fausti o infausti a seconda del ritardo con cui avviene il miracolo della liquefazione, che contemporaneamente si verifica pure nella chiesa di San Gennaro a Pozzuoli, dove è conservata la pietra su cui, secondo la tradizione, fu decapitato il Santo. Del Battistero di San Giovanni in Fonte - definito dallo storico dell'arte francese Emile Bertaux nel 1903 "la plus remarquable construction du V siècle qui subsiste en Italie" - e della cappella di S. Restituta, abbiamo già parlato nel percorso della Napoli antica. Nella piazzetta (che si raggiunge da un vicolo) di fronte al Duomo, vi è il Convento dei Girolamini, annesso all'omonima Chiesa. Scendendo, sempre su via Duomo, troviamo sulla sinistra la Chiesa di S. Giorgio Maggiore con l'abside paleocristiana e, più avanti sulla destra, il rinascimentale Palazzo Cuomo Dopo il 1490 vi furono altri lavori e la realizzazione di un giardino, dono di re Alfonso d'Aragona per la fedeltà dei Como. In questo periodo il palazzo si abbellì secondo lo stile rinascimentale, con l'intervento di Filippo da Settignano, Ziattino di Benozzi e Domenico Felice da Firenze. La severa facciata a bugnato, su due piani con ampie finestre, fu decorata con gli stemmi dei Como e degli Aragonesi. Nel 1881, in seguito alla costruzione della nuova strada di via Duomo, rischiò di essere abbattuto, ma si decise invece di smontarlo e di ricostruirlo poco più indietro, secondo i progetti degli ingegneri Cerrilio, Pedone e Martinez. Vi furono subito ospitate le collezioni d'arte del Principe Gaetano Filangieri, dopo di che fu destinato a museo. E’ interessante la "ricostruzione d'ambiente" degli interni, che dimostra la modernità delle idee del principe Filangieri, il quale pensava ad un "Museo artistico-industriale", ovvero ad una scuola-officina per progettare nuovi modelli nell'arte e nella tecnica. Dopo la morte del principe anche il Museo decadde: molte opere andarono distrutte in un incendio durante l'ultima guerra, per cui, ricostituito nel 1948 con le collezioni superstiti, è stato riaperto al pubblico negli anni Sessanta. Oggi il Museo Civico Filangieri viene riproposto al pubblico come uno dei momenti più importanti per la conoscenza della storia di Napoli. Via Duomo sbocca in piazza Nicola Amore, popolarmente nota come "piazza dei quattro palazzi" perché è formata dallo spazio rotondo compreso tra quattro famosi palazzi costruiti all'epoca del Risanamento di Napoli, in seguito all'epidemia del colera. Termina qui il secondo itinerario del percorso della Napoli medievale e rinascimentale. A questo punto del nostro girovagare per Napoli possiamo già avere un'idea di una tale straordinaria città: una capitale che alcuni hanno definito come la più europea delle città italiane, mentre altri ne hanno sottolineato il ruolo di cerniera tra civiltà diverse e il suo aspetto di città del Mediterraneo, che guarda all'Africa e ai Paesi Arabi. Napoli si presta, quindi, ad una molteplicità di letture e di interpretazioni, che costituisce parte notevole del suo fascino. Durante questi secoli si è formata l'ossatura della città così com'è ancora oggi; pertanto, se dell'epoca greco-romana restano vestigia importanti - quali il primitivo schema della città, squadrata dai decumani e dai cardines - ora la cinta muraria con le relative porte d'accesso, alcune piazze centrali e una serie di arterie restano a caratterizzare la Napoli moderna, che si può dire comincia a nascere ed a crescere proprio in quest'epoca. |