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Gli
itinerari del '600 e del '700 ripassano sovente per strade e piazze già
percorse, a conferma che nella città di Napoli le presenze delle varie
epoche storiche si sono sovrapposte l'una all'altra senza cancellare i
resti del passato, ma dando vita ad una originalissima forma di civiltà unica al mondo.
Iniziamo dalla piazza del Gesù, sicuramente tra le piazze
più importanti della città, al centro della quale si levano la Guglia
dell'Immacolata, i bei Palazzi Pignatelli di Monteleone e Sanfelice e
infine la Chiesa del Gesù Nuovo; mentre di fronte, all'inizio di via
Benedetto Croce, si erge il complesso conventuale di S. Chiara.
La Guglia
dell'Immacolata
rappresenta una
moderna interpretazione dell'obelisco. Fu eretta tra il 1747 e il 1750 -
con denaro del popolo raccolto dal padre gesuita Francesco Pepe - e
sistemata al posto della statua equestre di Filippo V di Spagna, distrutta
nel 1707 con l'arrivo degli austriaci.
Il duca Pignatelli di Monteleone
cercò di opporsi alla realizzazione del monumento (alto 35 metri),
paventando la possibilità che un crollo causato da qualche terremoto gli
rovinasse il vicino palazzo.
La prima pietra fu posta il 7 dicembre 1747,
alla presenza del Regio rappresentante Capitano delle Guardie Reali,
secondogenito di Diomede Carafa di Maddaloni. Il progetto della guglia è di Giuseppe Genoino e i lavori furono diretti da Giuseppe Di Fiore.
Esempio
della raggiunta autonomia del barocco napoletano, la guglia, abbellita da
opere delle botteghe di Matteo Bottiglieri e Francesco Pagani, culmina con
la statua, in rame dorato, dell'Immacolata del 1753.
Il settecentesco Palazzo
Pignatelli di Monteleone
presenta una
movimentata facciata ricca di finestre e balconi ai vari piani, ed è
caratterizzata da un bellissimo portale. E’ articolato su colonne
scanalate con basi di marmo e fasce ad intervalli regolari e con riquadri
in marmo. I capitelli recano due bellissimi mascheroni.
Il timpano
mistilineo è spezzato ed è chiuso dalla base del balcone al piano
nobile. Un elegante cartiglio reca la dedica di Nicola Pignatelli del 1718
ed una lapide, a sinistra del portale, ricorda il
frequente soggiorno a Napoli del pittore e scultore impressionista Edgard
Degas.
La facciata del Palazzo
Sanfelice
è sottolineata
da un massiccio atrio su cui insiste il piano nobile, caratterizzato da
una serie di balconi con timpani triangolari.
L'androne ha una volta a
botte con stucchi. La scala, con due colonne doriche, si articola in
quattro piani, presenta un arco centrale ampio e
ribassato fra due archi laterali, ed è decorata da corone di alloro.
Il Gesù Nuovo ,
in piazza del Gesù, è considerata la massima espressione del barocco
napoletano. Non è facile isolare al suo interno una singola opera dalla
complessità dell'apparato decorativo che prevale in tutta la fabbrica e
che si pone come tessuto di unione tra l'architettura, la scultura e la
pittura. Costruita tra il 1584 e il 1601, dall'architetto gesuita Giuseppe
Valeriano, sull'antico Palazzo Sanseverino di cui conserva la facciata a
bugnato, fu realizzata secondo i dettami della Controriforma, di cui
rappresenta un antico esempio di architettura. La prima pietra fu posta il
15 dicembre del 1584, e insieme ad essa si murò una pergamena con la
dedica all'Immacolata. Al portale del palazzo furono aggiunte nel 1685 le
due colonne laterali e lo scudo ovale di Bisignano della Rovere, ai lati
gli stemmi dei Sanseverino e della Rovere e un fregio decorativo con
cinque testine e festoni di putti e di frutta, opera di Pietro Bartolomeo
Ghetti.
L'interno del Gesù Nuovo è una prorompente fusione di marmi
policromi - dai pavimenti alle cappelle fino alle pareti.
La prima grande
opera che si ammira è l'affresco del Solimena sulla controfacciata con La
cacciata di Eliodoro dal Tempio, con la data, 1725, e la firma
dell'autore. La Cappella di San Carlo Borromeo fu decorata nel 1620 dal
pittore tardo-manierista G. Bernardo Azzolino e da Cosimo Fanzago, con
quattro angeli ed i busti di S. Aspreno e di S. Aniello.
Possiamo ammirare
la Cappella di S. Elisabetta con decorazioni di Azzolino (tela d'altare) e
di Luca Giordano e con le due belle statue del Fanzago e del Naccherino e
la Cappella di S. Francesco Borgia, nel cappellone, con una tela di
Sebastiano Conca, l'Estasi del Santo, firmata e datata 1754. In un'altra
cappella vi sono poi affreschi Belisario Corenzio del 1605. L'altare
maggiore situato in una scenografica tribuna rivestita di marmi policromi,
fu ideato dal gesuita Grossi, disegnato da Raffaele Postiglione ed ultimato
nel giorno dell’Immacolata del 1857. Gli affreschi della volta del
presbiterio sono di Massimo Stanzione (1640). Gli evangelisti nei
pinnacoli sono di Giovanni Lanfranco, che aveva affrescato anche la cupola
crollata con il terremoto del 1688.
Di notevole interesse è il cappellone
di S. Ignazio di Loyola, di Cosimo Fanzago, che costruì l'altare con
Andrea Lazzari e Costantino Marasi.
Due belle sculture, Davide e Geremia,
sempre del Fanzago, si impongono nello spazio. La grande tela che
rappresenta S. Ignazio e Paolo III che approvano le regole dell'ordine è opera di Giuseppe Ribera.
Percorriamo via Benedetto Croce, superando
alcuni bei palazzi rinascimentali ritoccati in epoca barocca (come i
Palazzi Filomarino e, più avanti, il Palazzo Carafa della Spina), e
raggiungiamo piazza S. Domenico Maggiore, con la Guglia barocca al centro,
circondata anch'essa da palazzi signorili: Petrucci,
Casacalenda, Corigliano e Sangro-Sansevero, mentre in alto si leva
l'abside poligonale della Chiesa di S. Domenico Maggiore.
Il Palazzo
Carafa della Spina ,
costruito alla fine del '500, fu interamente rifatto nella prima metà del
'700.
Articolato in diversi piani con balconi rococò, presenta uno dei più interessanti portali dell'architettura civile settecentesca napoletana.
L'ampio portale in piperno è caratterizzato dai massicci piedritti su
basi modanate e terminanti con mascheroni ad altorilievo. Sul capitello
marcapiano ci sono ampie volute d'appoggio ai fauni che reggono il balcone
del piano nobile su ricco stemma. Ai lati del portale sono due bellissimi
fittoni (pilastrini) a testa di leone con le fauci spalancate in cui si
spegnevano le torce. Il cortile presenta notevoli elementi architettonici
in piperno e altri fittoni. Giunti quindi
in piazza, vediamo al centro la bellissima Guglia
di S. Domenico
(precedente
quella dell'Immacolata, ubicata in piazza del Gesù), che fu eretta nel
1657 quale ex-voto, dopo la terribile peste del 1656, dal popolo devoto a
S. Domenico, al quale si era rivolto chiedendo grazie.
Progettata da
Francesco Picchiatti, la costruzione dell'obelisco fu poi sospesa e
ripresa nel 1737 da Domenico Antonio Vaccaro, per volere dei domenicani
con il contributo dei cittadini.
Il monumento,
di chiarissimo stampo barocco, si presenta con una robusta base in mezze
colonne con busti di santi domenicani. Alla sommità svetta la statua
bronzea di S. Domenico.
La facciata settecentesca del Palazzo
Casacalenda
sembra sia opera
di Mario Gioffredo. Realizzata in pietra di Sorrento, presenta due
ingressi a colonne e balconi al piano nobile, con balaustre in marmo. Alte
lesene composite ne segnano la superficie con alti balconi a timpani
triangolari e curvi al primo piano. Finestre quadrate sono collegate ai
balconi superiori da un motivo a conchiglia. La facciata si conclude con
un'alta mensola su cui è un altro piano più basso. Il cortile,
con archi schiacciati e colonne di scavo è opera progettata da Luigi
Vanvitelli.
Di notevole interesse è anche il Palazzo
Corigliano
che prospetta
sulla Piazza. Costruito nel Cinquecento dal Duca Giovanni De Sangro, fu
terminato dal figlio Fabrizio. Dell'originaria struttura rimangono l'alto
basamento in piperno e le finiture del primo ordine della facciata, la
quale fu rifatta nel 1700 dall'architetto Genovese.
Il portale con timpano
triangolare è sovrastato dallo stemma e sul marcapiano scolpito corre la
stretta balconata del piano nobile; due marcapiani identici segnano gli
altri ordini con balconi e timpani curvi e triangolari che ricordano la
facciata di Palazzo Reale.
Il cortile presenta a piano terra una serie di
accessi a sesto ribassato in piperno. Tutti i balconi e le finestre
interne sono racchiusi in cornici di stucco di notevole effetto
decorativo. Oggi il Palazzo è stato
acquisito e restaurato dall'Istituto Universitario Orientale.
Il Palazzo
Sangro Sansevero ,
costruito nel Cinquecento dal Principe di Sansevero Don Paolo de Sangro,
fu rifatto nel Settecento dal Principe Raimondo, che ne curò specialmente
la facciata, articolata in cinque piani e che presenta un pregevole
portale con sottarco in marmo a finte colonne aggettanti e timpano curvo,
spezzato, su cui troneggia lo stemma marmoreo.
Il profondo androne è ornato di stucchi e il cortile ha forma di trapezio.
Salendo
lungo la facciata del Palazzo Sangro Sansevero, imbocchiamo il vico S.
Domenico, dove subito a destra troviamo la Cappella
Sansevero ,
una volta collegata al Palazzo.
La Cappella Sansevero o di S. Maria della
Pietà (Pietatella) è da considerarsi un vero e proprio gioiello. Fu
fondata intorno al 1590 quale ex voto di Giovanni Francesco di Sangro, che
eresse una piccola cappella in un angolo del suo giardino per venerare la
Madonna della Pietà. L'aspetto definitivo della cappella si delinea nel
1742 ad opera del Principe di Sansevero Raimondo di Sangro, che organizzò
l'insieme artistico convogliandovi i maggiori scultori del tempo, cui
commissionò allegorie e soggetti sacri. Spirito eclettico, il Principe
Raimondo di Sangro - letterato, conoscitore d'arte ed alchimista - si creò un'immagine misteriosa che tutt'oggi emana un certo fascino. Sono degni di
nota i suoi esperimenti sui cadaveri, dei quali resta nella cripta della
Cappella una macabra testimonianza (si tratta di due corpi mummificati in
cui sono visibili il sistema venoso e arterioso), e il tentativo di
riprodurre scientificamente il miracolo di S. Gennaro, (ossia lo
scioglimento del sangue raggrumato), con una mistura di oro, mercurio e
cinabro.
La navata rettangolare è definita da arconi e nella volta,
troviamo l'affresco con la Gloria dello Spirito Santo di Francesco Maria
Russo (1749), che secondo i modi dell'epoca deborda dal proprio spazio
dilatandosi sulle finte architetture. L'originalissimo altare maggiore è dotato di una scenografica Deposizione di Francesco Celebrano, realizzata
secondo il concetto del "Quadro di marmo", inserita fra marmi
colorati e sormontata da una decorazione pittorica in un trionfo di
stucchi.
Tra le bellissime sculture che arricchiscono la cappella
ricordiamo ai lati del presbiterio la Pudicizia di Antonio Corradini,
intesa a rappresentare la principale virtù di Cecilia Caetani, madre di
Raimondo ed il Disinganno di Francesco Queirolo, di uno stupendo
virtuosismo, dedicata al padre del Principe Raimondo Antonio di Sangro. Ma è il Cristo velato del Sammartino la scultura che ha resa famosa la
cappella: la collocazione attuale non è quella voluta dal Principe, che
intendeva collocarla in una cavea ed illuminata con le "lampade
eterne", di sua invenzione. Il Cristo velato ha rischiato di lasciare
la cappella, quando il Canova, in un suo soggiorno a Napoli, ne avanzò richiesta d'acquisto. 
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