| Ritornando in
piazza, svoltiamo nell'attigua piazzetta Nilo, dove a destra c'è la
Chiesa di S. Angelo a Nilo e dove, in uno slargo sulla sinistra, si trova
la statua del Nilo.
Scendiamo quindi per via Paladino, dove si trovano
antiche strutture conventuali oggi ad uso dell'Università di Napoli
(Istituti di Geologia, Paleontologia, Geografia, Fisica e i Musei di
Geologia e Paleontologia, ricchi di interessanti raccolte di fossili).
Troviamo la Chiesa del Gesù Vecchio e il Cortile delle Statue. Attraverso
il vico S. Marcellino, raggiungiamo il Chiostro del Convento di S.
Marcellino, con la Chiesa dei S.S. Marcellino e Festo, e, dopo, la Chiesa
dei S.S. Severino e Sossio, annessa all'omonimo monastero oggi sede
dell'Archivio di Stato. Risalendo per il vicolo S.S. Filippo e Giacomo,
usciamo in via S. Biagio dei Librai, dove, all'angolo destro, c'è la
Chiesa dei S.S. Filippo e Giacomo ed a sinistra il Palazzo Carafa
Santangelo, di fronte al quale si trova la Chiesetta di S. Nicola a Nilo.
In via Paladino, troviamo la Chiesa del Gesù Vecchio , che è
incorporata nell'Università.
Questa Chiesa è legata alla storia dei
Padri Gesuiti, che vennero a Napoli nel 1551 in numero di dodici, insieme
al celebre Padre Alfonso Salmeron, Gran Teologo al Concilio di Trento.
Nel
1554, dopo aver occupato varie dimore, i gesuiti si stabilirono nel
palazzo non ancora finito, acquistato per 3800 ducati da Gian Tommaso
Carafa. Vi ricavarono una cappella con lo stemma JHS (Jesus homini
salvator), che dal popolo fu detta dei Gesuiti o del Gesù.
Successivamente fu denominata del Gesù Vecchio, per distinguerla
dall'omonima chiesa di piazza del Gesù.
Fu progettata nel 1568 dal
gesuita Pietro Proveda, ma poi i frati, che acquistarono la vicina chiesa
sconsacrata dei S.S. Giacomo e Paolo, decisero di ingrandirla.
Nello
stesso anno, per sostituire il Proveda, che si fece carico della
costruzione (iniziata nel 1653) del Collegio e del monumentale "Cortile del Salvatore", venne a Napoli il gesuita comasco
Giovanni De Rosis.
La facciata del tempio si presenta in forme semplici e
in due ordini contraddistinti da lesene e marcapiani con semplici
decorazioni e con lo stemma J H S.
La pianta è a croce latina, la cupola
dipinta dal Buccino con il Paradiso. Nel tamburo sono raffigurati, in
quaranta medaglioni, i patroni della città ad opera del Casella. Tra le
opere presenti nelle varie cappelle troviamo: le sculture di Matteo
Bottigliero, di Cosimo Fanzago e di Pietro Ghetti, le tele di Marco Pino,
Solimena, Fracanzano, De Mura.
Nel Gesù Vecchio sono la stanza di S.
Luigi (che fu ospitato a Napoli per motivi di salute dal 1586 al 1587) e
l'oratorio di Don Placido Baccher, che costituisce un piccolo museo di
reliquiari in corallo.
Al Chiostro del Salvatore si accede da un bel
portale con stemma dei Carafa. L'imponente e suggestiva struttura è definita da un doppio porticato scandito da robusti pilastri e lesene di
ordine dorico e ionico. Tra gli archi del cortile sono sistemati statue e
busti marmorei di filosofi, letterati e giuristi (Giordano Bruno, G. B.
Vico, Tommaso d'Aquino, Pier delle Vigne, G. Leopardi, F. De Sanctis, L.
Settembrini, Carlo Troya, Luigi Palmieri).
Un ricco stemma con lapide è
sull'arco centrale che precede l'ingresso alla "Società Reale".
Gli accessi ai piani superiori sono definiti da eleganti portali.
La struttura è conclusa da un piano con due ordini di finestre in cornici di
piperno, con una serie di orologi solari. Nella vela spicca un
bell'orologio a numerazione romana.
S.S. Marcellino e Festo
è una
Chiesa che fa parte di un complesso monastico benedettino, costruita nel
1626 per volere delle monache che affidarono l'opera a G. Girolamo di
Conforto, il quale la disegnò in forme rinascimentali. La severa facciata
si snoda in due ordini, con tre ingressi al primo e tre finestre al
secondo. L'ingresso principale è ad arco a tutto sesto, mentre gli spazi
vuoti della facciata, scandita da lesene, sono protetti da belle
inferriate. Un timpano triangolare completa il prospetto.
Un ampio
vestibolo, a colonne con capitelli modificati dal Vanvitelli, precede
l'ingresso.
Intorno alla metà del '700 furono intrapresi lavori di
ristrutturazione con interventi di Mario Gioffredo, Gaetano Pallante, Luca
Vecchione e Luigi Vanvitelli, il quale arricchì la navata di marmi
policromi. La chiesa è ad unica navata con cappelle laterali e nella
crociera, presenta un bellissimo soffitto ligneo con l'Assunzione di
Bernardo Azzolino.
L'altare maggiore è opera di Dionisio Lazzari (1666) e
proviene dalla Chiesa di S. Spirito di Palazzo.
Notevole la cona di S.
Benedetto, realizzata su disegno di Mario Gioffredo, mentre l'altare di
Antonio di Lucca ha due puttini del Sammartino (1766). La tela di S.
Benedetto è di Francesco Mira. Belisario Corenzio è l'autore delle
decorazioni della cupola e degli archi dei cappelloni.
Il chiostro è caratterizzato da porticati in piperno con pilastri a sezione quadrata e
scanalati e circonda un verde giardino ornato da reperti archeologici, da
un tempietto e da fontane.
Poche ed incerte sono le notizie riguardanti le
origini della Chiesa dei S.S. Severino e Sossio , annessa al
convento benedettino (ricco di quattro chiostri) sede oggi dell'Archivio
di Stato.
La ricostruzione della Chiesa iniziò nel 1490. I lavori furono
poi sospesi e ripresero nel 1537 con progetto del Di Palma, mentre attese
alla cupola Sigismondo di Giovanni. Dopo il terremoto del 1731, Giovanni
Del Gaizo si incaricò dei restauri e disegnò una nuova facciata, che
risulta imponente ed è sottolineata da una massiccia base rivestita in
piperno. La chiesa presenta inoltre una bella cancellata con alta
balaustra ornata da bianche sfere ripetute in quella a traforo di piperno
e marmo che ne delimitava il sagrato. La splendida balaustra, del 1737, è
di G. Battista Nauclerio. L'interno è di stile barocco con impianto a
croce latina, navata centrale con cappelle laterali e un'abside
rettangolare. L'altare maggiore e la balaustra sono di Cosimo Fanzago. Tra
le opere troviamo quelle di Marco Pino da Siena e del De Mura. Sono
notevoli i sepolcri di Camillo de' Medici di Girolamo d'Auria e quello di
Andrea Bonifacio di Bartolomeo Ordonez. Nella sagrestia, affrescata da
Onofrio de Lione, vi è la Trinità di Belisario Corenzio, che ha decorato
anche l'abside. Sotto la Chiesa ve n'è un'altra inferiore, poco
conosciuta, che conserva una originaria linea classica e molte lastre
tombali.
La Chiesa dei S.S. Filippo e Giacomo , edificata alla fine
del Cinquecento dalla corporazione dei setaioli, si presenta attualmente
secondo il rifacimento del 1758 di Gennaro Papa. La facciata ricorda
l'architettura del Borromini e si articola in due ordini con paraste,
colonnine e nicchie, dove troviamo le statue in stucco dei S.S. Filippo e
Giacomo del Sammartino e, ai lati dell'ingresso e nell'ordine superiore,
le allegorie della Religione e della Fede, anche queste in stucco, opere
di Giuseppe Picano.
L'interno è ad un'unica navata con cappelle laterali,
senza transetto, con la cupola che insiste sullo spazio absidale secondo i
canoni della controriforma. La pavimentazione in cotto smaltato ripropone
l'arte di Giuseppe Massa. Bellissime le acquasantiere marmoree del 1759
realizzate secondo lo stile di Domenico Antonio Vaccaro. Di rilievo sono
gli affreschi di Jacopo Cestaro nel soffitto della navata, delle pareti e
del coro eseguiti tra il 1757 e il 1759, nonché gli Evangelisti che egli
dipinse nella cupola, i S.S. Filippo e Giacomo nel presbiterio e le tele
nella tribuna. Notevoli inoltre sono le sculture lignee della fine del
Cinquecento.
La chiesetta - con un conservatorio per fanciulle orfane,
dedicata a S. Nicola e detta S. Nicola a Nilo - fu realizzata
intorno al 1647 ad opera di Giuseppe Lucchesi, ma tutta la costruzione fu
portata a termine solo nel 1705. Il mosso prospetto (in due ordini, con
motivo concavo al primo) è definito da colonne scanalate composite che
reggono il timpano aperto. La doppia rampa che porta al grazioso sagrato
convesso, in contrappunto con la facciata, secondo il contrasto curvilineo
barocco, reca balaustre in piperno ornate da ricco fogliame di acanto. La
chiesa è chiusa al culto e la bella gradinata è occupata da un venditore
di anticaglie.
Proseguiamo per via S. Biagio dei Librai, superiamo la
Cappella del Monte di Pietà e, lasciando a destra il Palazzo Marigliano,
ci inoltriamo in via S. Gregorio Armeno per visitare la Chiesa di S.
Gregorio Armeno bellissimo esempio del barocco napoletano e quindi in
piazza S. Gaetano, dove troviamo, in una rientranza a destra, la Chiesa di
S. Lorenzo Maggiore e, di fronte, alle spalle della statua di S. Gaetano,
la Chiesa di S. Paolo Maggiore, che si leva in alto.
Le suore di San
Basilio, fuggite dall'Armenia, a causa delle persecuzioni, con le reliquie
di S. Gregorio, fondarono il complesso monastico di San Gregorio
Armeno ,
nel sec. VIII, sui resti del tempio di Cerere.
La Chiesa è anche
denominata di S. Patrizia, perché vi è conservato il sangue della Santa
(nipote dell'imperatore Costantino), soggetto, come il sangue di S.
Gennaro, a periodica liquefazione. Fu completamente ricostruita tra il
1574 e il 1580 ad opera di G. Battista Cavagni e Gian Vincenzo Della
Monica, il quale curò principalmente i lavori del Monastero. La struttura
presenta l'impianto centrale con cinque cappelle sui lati e un'abside
rettangolare con cupola. Vi si accede attraversando un ampio vestibolo su
cui insiste il grande coro ligneo, riservato alle suore di clausura e
detto "coro d'inverno", ricavato al di sopra del vecchio coro.
Nel 1580 iniziarono i lavori per cassettonare il soffitto con le Storie
del Battista e di S. Benedetto, opere di Teodoro il Fiammingo e di aiuti.
La bellissima porta principale presenta, negli scomparti, figure di S.
Lorenzo, di S. Stefano e degli Evangelisti, angioletti e altre
decorazioni, costituendo la più bella porta lignea del barocco
napoletano. Il complesso della Chiesa si presenta carico d'oro e di opere
notevoli quali gli affreschi di Luca Giordano, le decorazioni del Fanzago,
e di Francesco de Maria, dedicata alla storia di S. Gregorio; l'altare
maggiore è di Dioniso Lazzari, e l'Ascensione di Bernardo Lama. A
sinistra dell'altare è il comunichino (una grata che permetteva alle
monache di comunicarsi senza essere viste). La sagrestia è affrescata dal
De Matteis. Da un ampio scalone, decorato con affresco di G. Del Po, si
accede allo splendido Chiostro del monastero progettato dal Della Monica
nel 1580. Ai lati del portone di accesso vi sono due cilindri girevoli, a
forma di pozzo, su cui le madri poggiavano i neonati per farli benedire,
ed attendevano all'esterno giacché solo le anime innocenti dei bambini
potevano accedere, per breve tempo, nel luogo di clausura. Al centro del
chiostro spiccano l'insieme spettacolare di una fontana barocca e di due
statue del Bottiglieri (il Cristo e la Samaritana) che eseguite a
grandezza naturale, sembrano persone vive. Nell'interno si trovano ancora
conservate antiche cisterne e le strutture della panificazione, con i
relativi utensili; gli spazi all’aperto con orti, giardini e agrumeti
tuttora conservati e curati.
Nel chiostro, infine, vi è la Cappella della
Madonna dell'Idria, che faceva parte della primitiva Chiesa e che è stata
affrescata dal De Matteis.
La Chiesa di S. Paolo Maggiore
fu
dedicata dalla popolazione - per grazia ricevuta - a S. Paolo, che aveva
scongiurato il pericolo dei Saraceni. Inizialmente, una piccola chiesa fu
edificata sui ruderi di un tempio pagano dedicato a Castore e Polluce.
L'attuale fabbrica fu eretta invece nel 1583 da Francesco Grimaldi, che
ingrandì quella già esistente incorporando le massicce colonne del
tempio dei Dioscuri. L'inaugurazione avvenne nel 1603. Entrati nella
chiesa, si resta ammirati dallo spazio solenne della struttura, scandito
dalla navata e dal transetto, nonché dall'armonico intervallo segnato dai
pilastri che delimitano le navate laterali. Tra le tante opere ricordiamo,
nella controfacciata, l'affresco di Santolo Cirillo, del 1737, dedicato al
tempio di Salomone, le scene della vita di S. Gaetano da Thiene di Andrea
da Lione, su bozzetti di Andrea Vaccaro; la tavola quattrocentesca di
Francesco Cicino da Caiazzo con la Vergine, il bambino ed i Santi Pietro e
Paolo; mentre nella terza cappella della navata destra ammiriamo alcune
opere di Massimo Stanzione.
L'interessante sagrestia decorata con tralci
di fiori e frutta con prevalenza del melograno fu affrescata da Francesco
Solimena.
Accanto alla Chiesa di S. Paolo Maggiore vi è uno degli
ingressi alla Napoli Sotterranea; proseguiamo per via dei Tribunali fino
alla Chiesa di S. Maria delle Anime del Purgatorio (o Purgatorio ad Arco)
per ritornare poi sui nostri passi fino a Piazza dei Girolamini.
La Chiesa
di S. Maria delle Anime del Purgatorio , detta del Purgatorio ad Arco (con
riferimento ad un arco nelle vicinanze, abbattuto dal Viceré Don Pedro di
Toledo) fu realizzata tra il 1620 e il 1632 con l'intento di celebrarvi
funzioni in suffragio delle anime del Purgatorio. E’ dotata perciò di
un ipogeo con numerose tombe, tuttora luogo di culto, ed è attribuita ad
un progetto del Fanzago che vi lavorò nel 1652 per il rifacimento della
facciata. E’ nota ai napoletani anche come la chiesa "d'e cape 'e
morte" (delle teste di morti), per la decorazione (di origine
spagnola) di teschi e tibie incrociate (miste a clessidre) sistemati sul
marcapiano e sui pilastri esterni, davanti alla scala a doppia rampa.
Soprattutto con la Basilica di S. Pietro ad Aram, al Cimitero delle
Fontanelle e la chiesa di S. M. delle Anime del Purgatorio ad Arco, nel
tempo si è sviluppato un singolare culto delle anime "in pena" del Purgatorio, misto tra il sacro ed il profano, oggetto di interessanti
studi ed analisi d'antropologia culturale. A navata unica e altari
laterali, accoglie diverse opere d'arte: nell'abside la caravaggesca
Madonna del Purgatorio di Massimo Stanzione, in una complessa cornice
scenografica culminante nel teschio alato, nella prima e terza cappella a
sinistra vi sono rispettivamente S. Michele e il drago di Annella De Rosa
ed Il transito di S. Giuseppe di Andrea Vaccaro mentre nella terza a
destra S. Alessandro di Luca Giordano. 
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